Il presidente rieletto Evo Morales, vincitore incontestabile delle elezioni di domenica 6 dicembre 2009 con il 63% dei voti, ha marcato con fede e fuoco il XXI secolo boliviano esponendosi contro l’imperialismo e il capitalismo, in un momento nel quale l’America Latina progressista non può accettare la rottura istituzionale in Honduras e l’istallazione di basi militari statunitensi sul territorio colombiano. Con il suo schiacciante trionfo alle urne, che in Bolivia non ha sorpreso neanche i suoi oppositori più estremi, Morales sembra aver chiarito la grande incognita: il secolo XXI in Bolivia sarà diretto e regolato dall’indio originario di questa terra, come nel passato lo fu dal bianco non indigeno.
Lo Stato Plurinazionale di Bolivia seguirà l’orientamento del socialismo comunitario aperto all’investimento straniero, privato o pubblico, sotto il principio de “gli affari si, ma con lo Stato come rettore”, e questo cammino di restaurazione statale è volto ad impedire una forma imperiale nella regione. La vittoria di Evo è conseguenza di una lotta secolare del popolo boliviano, culminata nel 2000, quando venne costituito uno spazio di ribellione con la “guerra dell’acqua” e si è dimostrata la disgregazione del modello economico e politico capitalista e la egemonia del sistema finanziario internazionale.
Morales, il presidente con il maggior appoggio popolare nella storia politica di questo paese campione di instabilità istituzionale dell’America Latina, ha dedicato il suo trionfo elettorale a quei paesi e governi che hanno appoggiato l’annunciata “rivoluzione democratica e culturale”, in riferimento ai firmatari dell’ALBA (Alternativa Bolivariana per i Popoli della Nostra America), e ai governi e leaders di Europa e Asia che hanno sostenuto il suo governo di sinistra.
“Il trionfo in Bolivia non è solo per i boliviani; questo trionfo dei boliviani è, fondamentalmente, un giusto riconoscimento, una dedica ai presidenti, governi e popoli antimperialisti”.
Il comandante indigeno, al suo secondo mandato, controllerà la bicamerale Assemblea Legislativa Plurinazionale (ALP) dove, secondo le previsioni, non dovrebbe incontrare ostacoli per mettere in pratica la Costituzione votata, con appoggio maggioritario, nel referendum dello scorso gennaio.
Morales, alla luce dell’appoggio popolare ricevuto, si è detto favorevole ad una accelerazione del processo di cambio strutturale iniziato durante la sua prima gestione, sottolineata dalla nazionalizzazione e decolonizzazione della Bolivia, come concetto politico, culturale ed economico, e il ritorno delle ricchezze naturali nelle mani dello Stato con conseguente industrializzazione della Bolivia, il paese più povero di tutto il Sud America. La gestione di Evo Morales, durante il primo mandato, è stata segnata anche dalla lotta contro la classe latifondista che da sempre si è dedicata a usurpare e sottrarre le terre agli indigeni.
“Abbiamo l’enorme responsabilità nei confronti della Bolivia, della vita e dell’umanità, di approfondire e accelerare il processo di cambio”, ha affermato il presidente il giorno successivo alle elezioni. Morales, che effettivamente sta rifondando la Bolivia, qualcosa che sembrava solo una frase di buone intenzioni quando ricevette l’investitura di presidente nel 2006, tra le altre cose, si è impegnato a portare a termine il suo progetto di cambiamento entro il 2015, dopo essere riuscito ad abbattere la “mezza luna” boliviana, una vera e propria finzione geografica che è servita solamente come piattaforma ideologica per promuovere la secessione territoriale del paese andino amazzonico. Con questo quadro della situazione, Morales ha convocato anche i suoi più acerrimi oppositori a “lavorare” e “servire” la Bolivia.
“Che vengano a lavorare per il popolo boliviano, perché siamo per una cultura del dialogo. Ora sì, abbiamo il cammino aperto, intendendoci come boliviani, un cammino aperto dialogando con distinti settori per applicare la prima Costituzione approvata dal popolo boliviano [...] Il popolo, con la sua partecipazione, dimostra che è possibile cambiare la Bolivia sulla base del voto del popolo boliviano. La Bolivia oggi ha dimostrato nuovamente la sua vocazione democratica, una rivoluzione democratica, culturale, al servizio del popolo. Nuovamente il popolo boliviano fa la storia, grazie alla sua stessa coscienza. Quello che oggi ha potuto vedere il popolo boliviano, è come avanzare con un progetto, con un programma del popolo, al servizio del popolo”.
Ridotta a due dei nove dipartimenti boliviani, due in meno che nel passato recente, l’opposizione ha fatto poco meno che una dichiarazione di guerra in risposta all’appello di Morales. Il suo principale contendente elettorale, l’ex militare Manfred Reyes Villa, che ha raggiunto circa il 28% dei voti, ha detto che il trionfo di Morales non è altro che la conferma che il paese è ancora diviso tra due modelli e visioni di Stato e forme di vita: quella occidentale contro quella indigena originaria. “Nel paese sussiste la divisione” ha detto alla luce dei risultati elettorali, mentre l’altro suo avversario elettorale sconfitto, l’impresario Samuel Doria Medina, ha annunciato opposizione a Morales sulla base del suo magro 6% di voti ottenuti alle urne.
Ma è sotto gli occhi di tutti che, mentre le province che aspirano ad una autonomia cercano solamente di spaccare il paese, la lotta e la difesa dell’autonomia intavolata dal governo nazionale rispetta le origini di ogni regione e considera la Bolivia come un territorio plurinazionale e sovrano. In questo senso va senz'altro ascritto a ulteriore merito di Evo Morales la difesa della dignità nazionale quando nel 2008 ha espulso dal suo paese l’ambasciatore statunitense a La Paz, Philip Goldberg, e vari agenti dell’Amministrazione di Droghe e Narcotici (DEA) che preparavano un colpo di Stato contro il suo governo.
VIVA MORALES!
VIVA IL POPOLO FRATELLO DELLA BOLIVIA!





