Il riconoscimento dello stato palestinese «all'interno dei confini del 1967», da parte del Brasile il 3 dicembre del 2010 non rappresenta un precedente.
Già nel novembre del 1988 la proclamazione dello stato palestinese da parte dell' OLP ricevette immediato riconoscimento in America latina da Cuba, Venezuela, Nicaragua e Costa Rica.
Nel 2009 il Medioriente torna ad occupare un posto rilevante sulla scena latinoamericana, questo quando il presidente venezuelano Hugo Chávez romperà i rapporti diplomatici con Israele, accusando (giustamente) quest'ultimo «di aver messo in atto un uso programmato del terrorismo di stato contro il popolo palestinese», nel corso dell'operazione «piombo fuso».
L'esempio venezuelano sarà subito seguito dalla Bolivia di Evo Morales e nell'Aprile del 2009 il Venezuela inaugurerà uno scambio di ambasciatori con la Palestina.
Tanto in Venezuela così come a cuba e in Nicaragua è ben esplicita la politica tradizionale di Israele che subentra agli Usa quando questi ultimi vogliono mostrarsi discreti.
Nel 1977, ad esempio, quando il «democratico» James Carter (all'epoca presidente Usa) interruppe ufficialmente la vendita di armi al Guatemala, per via delle violazioni dei diritti umani, ci pensò Israele a continuare il commercio per conto degli Stati Uniti.
Per citare fatti più recenti è risaputo che l'addestramento dei paramilitari colombiani è affidato ad ufficiali in congedo dell'esercito israeliano, uno di essi, Yair Klein, dichiarò ad un giornale colombiano che le sue azioni «erano approvate dal governo israeliano e colombiano»(1).
A conclusione della settimana di solidarietà internazionale con il popolo basco, si terrà un corteo internazionalista per l'affermazione del diritto all'autodeterminazione dei popoli in lotta in tutto il mondo. Una giornata di mobilitazione che traccerà un filo rosso che possa unire i vari popoli in lotta, coniugando la lotta di liberazione e i processi di emancipazione sociale. Un momento forte di mobilitazione che parli di diritti e di autodeterminazione, di solidarietà e di lotta di liberazione dei popoli dallo sfruttamento e dalle catene dell'imperialismo. In quella giornata sfileranno le bandiere basche per affermare la necessità del riconoscimento dei diritti politici e civili fondamentali, per sostenere una lotta per il raggiungimento dell’indipendenza e del socialismo, per denunciare la repressione e la tortura subita quotidianamente dai militanti; le bandiere corse, per sostenere la lotta di rivendicazione nazionale, la difesa della propria terra, della propria lingua e della propria cultura
Il presidente uscente della Repubblica di Colombia, Alvaro Uribe Velez, per l'ennesima volta attacca il governo rivoluzionario e bolivariano del Venezuela, cercando i pretesti più assurdi per scatenare la guerra e destabilizzare il continente latinoamericano a cominciare dai Paesi dell'ALBA, l'Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America.
L'accusa è sempre la stessa da anni: sostenere l'insorgenza armata in Colombia, se non addirittura dirigerla!
In realtà Alvaro Uribe Velez non ha mai goduto di nessuna autonomia politica dalla volontà degli USA. L'imperialismo USA e le truppe yankee la fanno da padrone, senza dare conto per i crimini commessi contro la popolazione colombiana in decenni di occupazione. Il criminale Uribe ed il suo governo sono totalmente corresponsabili con l'imperialismo USA per i crimini politici e sociali commessi.
Mafia, narcotraffico, fosse comuni di inermi contadini, paramilitarismo, lo scandalo dei 'falsi positivi': giovani figli delle popolazioni indigene massacrati perché semplicemente sospettati di essere simpatizzanti della insorgenza guerrigliera o fino al punto di essere uccisi e poi travestiti da guerriglieri per incassarne i premi e mostrare alla stampa di regime risultati militari positivi in realtà inesistenti, sono ormai la storia quotidiana di un popolo martoriato a tutto vantaggio dei lacchè oligarchici locali e dei loro padroni usamericani.
Passati per il fruttuoso percorso della Coordinadora Continental Bolivariana (CCB), siamo Movimiento Continental Bolivariano!
Per assumere con intelligenza e passione rivoluzionaria la causa eroica della Patria Grande e del socialismo emancipatore.
Siamo “pensiero e azione fusi in armi contro le ingiustizie”. Unità di grandi diversità e combinazione di differenti identità politiche, sociali, culturali rivoluzionarie.
Siamo la coniugazione di diverse forme e metodi di lotta.
In questa ora cruciale per i nostri popoli assumiamo con determinazione le risposte che, dalle resistenze e dalle varie offensive in marcia, merita il perfido e disperato contrattacco intrapreso contro il nostro popolo dalla militarizzata superpotenza del nord, resa furiosa e brutale dal suo evidente declino.
La rivoluzione bolivariana, punto di partenza unito all'insorgenza zapatista in Messico, di questa nuova e promettente epoca, e l'eroica rivoluzione cubana, principale conquista dei popoli del continente americano nel XX secolo, saranno difese anima e cuore dal nostro movimento. Con sangue gravato di indignazione, se fosse necessario!
L'avanzata politica e sociale con differenti caratteristiche e profondità in Ecuador, Bolivia, Nicaragua, El Salvador, Uruguay, Brasile, e particolarmente quelle incarnate dall'ALBA, e tutto ciò che muove in direzione dell'autodeterminazione, delle riforme strutturali e delle trasformazioni rivoluzionarie – così come le prospettive di approfondimento e ampliamento di questi processi – potranno contare sul nascente MCB come bastione di solidarietà e di impulso alle resistenze e alle offensive dei nostri popoli.
LA CIA UTILIZZA L’USAID COME FACCIATA PER L'ATTIVITA' CONTROINSORGENTE
di Eva Golinger
Un alto funzionario dell’Agenzia Internazionale di Sviluppo degli Stati Uniti (USAID) ha confermato, questo lunedì, che l’Agenzia Centrale di Intelligence (CIA) utilizza il nome dell’USAID per concedere fondi e ratificare contratti a terze figure che promuovono le sue operazioni.
Le delegazioni al Congresso Costitutivo del Movimento Continentale Bolivariano (MCB), realizzato a Caracas nei giorni 7, 8 e 9 di dicembre, hanno espresso la ferma determinazione di difendere la rivoluzione venezuelana
Salvador Tió con i familiari dei giovani messicani massacrati a Sucumbíos.
La Coordinadora Continental Bolivariana (CCB) va verso il Movimiento Continental Bolivariano (MCB) con un grande congresso.
Al suddetto evento (che si è svolto a Caracas tra il 7 e il 9 dicembre) hanno partecipato circa 1200 delegati e delegate provenienti da trenta paesi, la maggior parte della nostra America, ma anche dell’ Europa, dell’America del Nord e dell’Australia.
Organizzazioni rappresentative dei popoli originari, movimenti femminili, giovanili, ambientalisti, intellettuali, lavoratori, contadini, religiosi, forze politiche di sinistra, si sono dati appuntamento qui, sotto il motto del Libertador: “l’unità ci aprirà i cammini della speranza”.
Eminenti figure della lotta e del pensiero rivoluzionario continentale e mondiale ci accompagneranno, tra le quali Jorge Beinstein (ricercatore argentino), Luís Barrios (sacerdote portoricano residente negli Stati Uniti), Iñaki Gil de San Vicente (intellettuale basco), Miguel Ángel Sandoval (ex-candidato della presidenza del Guatemala), Héctor Acevedo (poeta salvadoregno e dirigente del FMLN), Carlos Reyes (uno dei leader ed ex candidato alla presidenza del Fronte di Resistenza contro il Golpe in Honduras), Elizabeth Flores (dirigente sindacale indigena della Bolivia), Néstor Kohan (intellettuale argentino), Lidia Veras (cantautrice venezuelana), Dax Toscano (intellettuale ecuadoriano), Jerónimo Carrera (intellettuale e riconosciuto dirigente comunista venezuelano), Oscar Figueras (segretario generale del PC venezuelano), María Gurutxiaga (femminista basca), Salvador Tió (intellettuale indipendente portoricano) e Salvador Caputo (dirigente del PC argentino).
Nella manifestazione culturale a chiusura dell’ evento hanno partecipato importanti complessi musicali, teatrali e cantautori.
Questo importante evento ha scatenato un’intensa campagna di criminalizzazione contro i suoi organizzatori da parte del capo dell’esercito colombiano e del presidente Uribe (specialmente contro Narciso Isa Conde e altri compagni membri della presidenza collettiva e della direzione esecutiva), imputando la partecipazione indiretta delle FARC nel congresso al messaggio audiovisivo di solidarietà del comandante Alfonso Cano e stigmatizzando la partecipazione di questa organizzazione insorgente all’interno della diversità rivoluzionaria che compone il MCB.
Il presidente rieletto Evo Morales, vincitore incontestabile delle elezioni di domenica 6 dicembre 2009 con il 63% dei voti, ha marcato con fede e fuoco il XXI secolo boliviano esponendosi contro l’imperialismo e il capitalismo, in un momento nel quale l’America Latina progressista non può accettare la rottura istituzionale in Honduras e l’istallazione di basi militari statunitensi sul territorio colombiano.Con il suo schiacciante trionfo alle urne, che in Bolivia non ha sorpreso neanche i suoi oppositori più estremi, Morales sembra aver chiarito la grande incognita: il secolo XXI in Bolivia sarà diretto e regolato dall’indio originario di questa terra, come nel passato lo fu dal bianco non indigeno.
Lo Stato Plurinazionale di Bolivia seguirà l’orientamento del socialismo comunitario aperto all’investimento straniero, privato o pubblico, sotto il principio de “gli affari si, ma con lo Stato come rettore”, e questo cammino di restaurazione statale è volto ad impedire una forma imperiale nella regione. La vittoria di Evo è conseguenza di una lotta secolare del popolo boliviano, culminata nel 2000,quando venne costituito uno spazio di ribellione con la “guerra dell’acqua”e si è dimostrata la disgregazione del modello economico e politico capitalistae la egemonia del sistema finanziario internazionale.
Morales, il presidente con il maggior appoggio popolare nella storia politica di questo paese campione di instabilità istituzionale dell’America Latina, ha dedicato il suo trionfo elettorale a quei paesi e governi che hanno appoggiato l’annunciata “rivoluzione democratica e culturale”, in riferimento ai firmatari dell’ALBA (Alternativa Bolivariana per i Popoli della Nostra America), e ai governi e leaders di Europa e Asia che hanno sostenuto il suo governo di sinistra.
“Il trionfo in Bolivia non è solo per i boliviani; questo trionfo dei boliviani è, fondamentalmente, un giusto riconoscimento, una dedica ai presidenti, governi e popoli antimperialisti”.
Il 18 aprile scorso Hernando Calvo Ospina si trovava sul volo Air France n. 438 partito da Parigi e con destinazione Città del Messico, quando a cinque ore dall´arrivo il comandante dell´aereo informava i passeggeri che su disposizioni degli apparati di sicurezza del governo degli Stati Uniti non erano stati autorizzati a sorvolare lo spazio aereo di quel paese in quanto a bordo si trovava una persona non gradita per "motivi di sicurezza nazionale". Praticamente un terrorista, secondo l´uso in voga del termine.
Dopo uno scalo tecnico in Martinica per il rifornimento di carburante, e soltanto dopo essere ripartiti da Fort de France, il sig. Calvo Ospina è stato informato dai membri dell´equipaggio che il "terrorista" sulla cui identità tutti i passeggeri del volo, egli compreso, si stavano interrogando, era proprio lui. Una volta giunto a Città del Messico, dopo essere stato sottoposto al controllo
della sua identità e ad un "interrogatorio", nel corso del quale gli sono state poste domande sulla propria religione, sul possesso di eventuali armi e sui motivi del suo imminente viaggio in Nicaragua (l´asse del male, ricordate?) è stato lasciato andare.
Qualche mese dopo l´Air France si è comportata più gentilmente con il sig. Ospina.
Poche ore prima di salire a bordo dell´aereo diretto a Cuba in partenza da Parigi, Ospina è stato avvisato telefonicamente dalla compagnia aerea che non poteva salire su quell'aereo poiché sorvolava i cieli statunitensi, in cambio la compagnia gli offriva un biglietto per Cuba via Madrid.
Chi è l'oggetto di tanta persecuzione? Giornalista e scrittore colombiano, collaboratore di Le Monde Diplomatique, Hernando Calvo Ospina da anni vive in Francia come rifugiato da dove continua a denunciare e scrivere sul terrorismo di Stato in Colombia, sui legami del governo con il paramilitarismo e sui crimini statunitensi in America latina e nel resto del mondo.
Le forze armate USA tornano ad occupare le basi di Panama
di Antonio Mazzeo
Procede senza sosta la controffensiva del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti in America latina. Dopo aver firmato un accordo con il governo colombiano per l’utilizzo di sette basi aeree, Washington ha ottenuto dalle autorità panamensi l’autorizzazione a reinstallare proprie unità militari in quattro stazioni navali di fondamentale importanza per il controllo del Canale di Panama e dei Carabi.
Lo ha denunciato il diplomatico Julio Yao, presidente del Servicio de Paz y Justicia, durante il discorso ufficiale pronunciato il 3 novembre scorso in occasione dell’annuale festa di commemorazione del “padre dell’indipendenza” panamense, Manuel Amador Guerrero. Alla presenza del presidente Ricardo Martinelli e delle maggiori autorità civili e militari del paese, Julio Yao ha lanciato parole durissime nei confronti del governo, stigmatizzando la decisione che “viola apertamente la sovranità nazionale”. “Le basi aereonavali e della polizia panamensi messe segretamente a disposizione degli Stati Uniti per lanciare possibili operazioni in tutta la regione – ha dichiarato il diplomatico - accentuano la militarizzazione di un ampio spazio territoriale e sono una franca cospirazione contro la pacifica convivenza tra i popoli e la soluzione pacifica dei conflitti”.
La cessione di infrastrutture militari alle forze armate USA era trapelata già a fine settembre, dopo la visita a Panama della Segretaria di Stato, Hillary Clinton. Allora, il ministro alla Giustizia, Jose Raúl Mulino, aveva però ammesso solo la firma di un accordo di cooperazione bilaterale per rafforzare la presenza delle forze di sicurezza panamensi in due basi navali, a Bahía de Piña nella provincia del Darién, al confine con la Colombia, e a Punta Coca (Veraguas), nella parte sud-occidentale del paese.
Nuova task force USA per intervenire in America latina
di Antonio Mazzeo
Negli stessi giorni in cui è stata ufficializzata l’assegnazione del premio Nobel per la pace al presidente Barack Obama, l Dipartimento della difesa degli Stati Uniti ha annunciato la costituzione di una nuova e potentissima task force aeronavale destinata a presidiare i mari del contiente latinoamericano. Si tratta del Carrier Strike Group CSG 1 e il suo comando operativo sarà attivato a San Diego (California). Come dichiarato dal Comando della III Flotta dell’US Navy che ne coordinerà gli interventi, “il CSG 1 sosterrà la strategia marittima nazionale, aiuterà nella promozione delle partnership regionali, farà da detterente alle crisi, proietterà la potenza militare USA, promuoverà la sicurezza navale e fornirà assistenza in caso di disastri naturali all’interno di una vastissima area di operazioni dell’Oceano Pacifico”. La prima missione della forza aeronavale prenderà il via nella primavera del 2010 e si realizzerà “nelle acque del Sud America”. Imponente la potenza di fuoco del nuovo strumento di intervento militare statunitense.
Fernando González Llort, Gerardo Hernández Nordelo, Antonio Guerrero Rodríguez , Ramón Labañino Salazar, René González Shewerert, sono prigionieri da oltre dieci anni solo per aver cercato di bloccare i piani terroristici di alcune organizzazioni mafiose e anti-cubane, che hanno le loro basi in Florida, e per aver denunciato le loro attività alle autorità statunitensi.
Pubblichiamo l'intervista, realizzata dal CNB il 26 agosto scorso a Managua, con Giorgio Trucchi, giornalista che vive in Nicaragua e presente in Honduras durante il colpo di Stato e nelle settimane successive. Giorgio è testimone diretto degli eventi più significativi della storia recente centramericana e della resistenza contro la dittatura incarnata dal governo di fatto honduregno.
1) Dal giorno dell’illegale arresto del legittimo presidente honduregno Manuel Zelaya, lo scorso 28 giugno, i golpisti guidati da Micheletti stanno attuando una feroce repressione contro la popolazione che nella capitale e nelle più importanti città honduregne stanno manifestando il loro sostegno affinchè venga ristabilito l’ordine democratico. Le poche notizie che riescono a sfuggire dalla morsa della censura imposta dai golpisti parlano di oltre 650 arresti. Le aggressioni più clamorose contro i manifestanti sono avvenute nei pressi dell’aeroporto di Tegucigalpa e al confine nicaraguense. Nel primo caso i manifestanti, che si erano radunati per accogliere l’aereo che riportava in patria il legittimo presidente Zelaya, sono stati prima fatti avvicinare e poi colpiti con armi da fuoco e lacrimogeni da parte dei reparti dell’Esercito, provocando la morte di due persone. Nel secondo caso i manifestanti sono stati aggrediti per impedire che raggiungessero in massa il luogo dell'incontro con il presidente costituzionale. Cosa ci puoi dire di più al riguardo?
Prima di tutto bisogna segnalare che è stata una manifestazione veramente incredibile, dove si calcola che abbiano partecipato tra le duecentocinquantamila e le trecentomila persone. Effettivamente la polizia è stata quella che ha fatto passare i dirigenti del Frente Nacional contra elgolpe de Estado e le persone che hanno tentato in diversi momenti di entrare, mentre la repressione, come giustamente dicevi, è stata portata avanti proprio dall’esercito.
Quello che si è riusciti a ricostruire è che la gente ha cercato, in attesa dell’arrivo del presidente Zelaya, di entrare all’interno della pista facendo dei buchi nella recinzione, però sempre in modo molto pacifico, nel senso che non c’era nessuna intenzione di entrare a fare violenza; era solo il grande entusiasmo per il ritorno del loro presidente. In quel momento, io credo seguendo un piano già preparato, all’improvviso l’esercito ha iniziato ad aprire il fuoco. Dico un piano già preparato perché già nei giorni precedenti a questo fatto sia l’esercito, ma anche il cardinale Rodriguez, avevano detto che in quella manifestazione ci sarebbe potuto essere spargimento di sangue, e che Zelaya sarebbe stato responsabile di questo.
Deputato del Parlatino denuncia: gli Usa vogliono istallare nuove basi anche in Perù
Caracas, 02 settembre 2009 Gli Usa vogliono accerchiare i processi politici progressisti che si stanno sviluppando in questo momento in America Latina con l'istallazione di nuove basi anche in Perù, ha affermato Carolus Wimmer, Vicepresidente del Parlamento latinoamericano e segretario delle relazioni internazionali del Partito Comunista del Venezuela.
Con grande soddisfazione il Comitato di Solidarietà per la Libertà di Iñaki Etxebarria rende noto che l'indipendentista basco è finalmente libero, dopo essere rimasto prigioniero in un carcere a Caracas per circa 100 giorni su richiesta delle autorità spagnole, che ne avevano sollecitato l'estradizione. Si temeva che la presenza in Venezuela di Miguel Ángel Moratinos, ministro degli affari esteri del governo Zapatero, avrebbe potuto rendere più difficile un regolare processo ad Iñaki; ciononostante la giustizia venezuelana, coerentemente col progetto popolare della repubblica bolivariana, ha deciso in favore del compagno basco, rifugiato politico da oltre 10 anni, nonché cittadino venezuelano.
Il Comitato intende ringraziare tutti quanti hanno partecipato alle giornate solidali nei tre mesi di attività, chiamando a “serrare le fila contro la politica di sterminio che per secoli ha caratterizzatogli stati imperialisti come quello spagnolo e quello francese, contro i popoli come quelli basco”.
MAI PIU' RIVOLUZIONARI CONSEGNATI AGLI STATI IMPERIALISTI
PER L'INTERNAZIONALISMO PROLETARIO
PER LA SOLIDARIETA'INTERNAZIONALISTA
PER IL DIRITTO DEI POPOLI A LOTTARE PER LA PROPRIA LIBERAZIONE
PERCHE' LA LOTTA DEI POPOLI NON E' TERRORISMO
COMUNICATO DELLA CCB CONTRO IL GOLPE IN HONDURAS
Di fronte al recente golpe in Honduras, che ha dato luogo al sequestro e alla successiva espulsione del legittimo presidente Manuel Zelaya dichiariamo:
Il nostro più energico rifiuto e la nostra condanna verso questo colpo di stato, il quale ferisce i diritti democratici della popolazione dell'Honduras, nascendo con l'unico scopo di far tacere la voce popolare nel suo desiderio di esprimere nelle urne i propri aneliti di trasformazione profonda attraverso un'Assemblea Costituente.
Ancora una volta i settori della destra collusi con i mezzi di comunicazione ufficiali e le forze armate pretendono di rivestire di una facciata legale questa grave situazione usando le eufemistiche espressioni di “successione al comando” o “sostituzione forzosa” per descrivere un golpe che, col passare delle ore, ha dimostrato il suo carattere repressivo. E' un fatto che dalle prime ore di oggi (29 giugno, ndt) tutti i mezzi di comunicazione del paese sono stati fatti tacere e dalle 9 di sera si è dichiarato il coprifuoco come prima misura del governo de facto, al cui comando vi è l'ultrareazionario Roberto Micheletti.
Per questo consideriamo nostro dovere unirci alle voci dei migliaia di honduregni che sono scesi in piazza per chiedere il ritorno del proprio presidente e alle decine di voci dei diversi paesi e organizzazioni internazionali che hanno condannato severamente questo colpo di Stato e non hanno riconosciuto il governo de facto.
Il nostro appello è alla solidarietà mondiale con il nostro popolo fratello dell'Honduras, e si rivolge in particolar modo a tutti i latinoamericani affinché si rifiutino di tornare ad aprire le nere pagine delle dittature nel nostro Continente.
Chiamiamo inoltre alla realizzazione di atti di protesta di fronte a tutte le ambasciate nei diversi paesi per esigere il ritorno del presidente dell'Honduras e la fine delle misure repressive che si applicano in questo paese.
CARLOS CASANUEVA TRONCOSO
Direzione Esecutiva della
COORDINADORA CONTINENTAL BOLIVARIANA
COLPO DI STATO IN HONDURAS
Il legittimo presidente dell'Honduras, Manuel Zelaya, è stato condotto con la forza in Costa Rica da settori delle Forze Armate, che lo hanno sequestrato stamani (28 giugno).
Venezuela e America Latina: acontecimientos en pleno desarollo
Giugno 2009
Può risultare cosa non facile tentare di fissare un quadro esaustivo della situazione in Venezuela dato l’alto livello di fluidità con cui si articolano gli avvenimenti non solo in questo paese ma in una vasta area di quella regione geografica, se teniamo conto di quello che sta accadendo in queste ore nelle zone amazzoniche del Perù così come dei ‘clamori dalla Colombia’ che i media imperialisti si guardano bene dal diffondere.
Los acontecimientos en pleno desarollo, per utilizzare una formulazione stilistica di successo del noto giornalista geopolitico venezuelano Walter Martinez nella sua trasmissione Dossier trasmessa sul principale canale pubblico VTV e riproposta continentalmente e internazionalmente su Telesur e su diverse piattaforme in internet - a tal punto di successo che dopo trent’anni circa tale formulazione è stata praticamente plagiata dalla CNN - hanno di certo avuto una accelerazione non indifferente.
La “Rivoluzione Verde”: il copione è stato riproposto questa volta in Iran
di Eva Golinger
Il Set………….........……Colore: Verde...................………..Slogan: “Dov’è il mio voto?”
Attori principali: Studenti e giovani delle classe media e alta, dirigenti dell’opposizione, mezzi di comunicazione internazionale, nuove tecnologie (Twitter, Youtube, cellulari, SMS, Internet).
Attori secondari: Organizzazioni non governative (ONG) internazionali, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Freedom House, Centro per l’applicazione dell’azione non violenta “CANVAS” (ex OTPOR), Centro per il Conflitto Internazionale Non Violento (ICNC), Istituto Albert Einstein, Pentagono, Missione Speciale della Direzione Nazionale dell’Intelligence USA per l’Iran.
Scenario: Elezioni Presidenziali; il candidato ufficiale, Mahmud Ahmadinejad, l’attuale presidente che mantiene una linea molto dura contro l’imperialismo statunitense e il sionismo israeliano e gode di un alto grado di popolarità tra le classi popolari iraniane per gli investimenti in programmi sociali, vince con il 63% dei voti; il candidato dell’opposizione, Mir Hossein Musavi, di classe medio-alta, che prometteva (in inglese) durante la campagna che la sua elezione alla presidenza avrebbe assicurato “un nuovo saluto al mondo”, frase che stava ad indicare che avrebbe cambiato la politica estera nei confronti di Washington, ha perso per più di 15 punti; l’opposizione denuncia una frode elettorale e chiede alla comunità internazionale di intervenire; gli studenti manifestano nelle strade, nelle zone della classe media e alta della capitale, Teheran; dicono di essere “non violenti”, ma provocano reazioni repressive dello Stato con azioni aggressive e immediatamente denunciano presunte violazioni dei loro diritti di fronte ai media internazionali; dicono che il presidente eletto è un “dittatore”.
É impressionante come e quanto in profondità il nostro padre Bolivar scavò nella ricerca della essenza rivoluzionaria. O per dirlo con le sue parole, nel “chiarire la misteriosa incognita dell’essere umano in libertà”.
La 39° assemblea generale dell'Organizzazione degli Stati Americani (OEA) ha lasciato senza effetto, per acclamazione, la risoluzione che ha espulso Cuba da questo organismo nel 1962 a Punta del Este, in Uruguay.